SCUOLA E PANDEMIA - UNA SFIDA GLOBALE

Si stima che nel mondo siano stati persi in un solo anno 112 miliardi di giorni dedicati all’istruzione. Sono i bambini più poveri quelli che sono stati maggiormente colpiti, subendo le forti conseguenze della pandemia sulla loro istruzione e il loro futuro.

La scuola come libertà, luogo fisico e sociale, di formazione

L’esigenza di ritornare a scuola, o meglio di rientrare nelle scuole, attraverso un percorso che va però adeguatamente pensato, progettato ed implementato, si lega innanzitutto alla loro “fisicità”. Gli istituti scolastici, come tali, posseggono un tratto di profonda umanità: sono un luogo.

Il luogo, la dimensione di senso dello spazio, anche propriamente fisico, è categoria che non può e non deve perdersi, soprattutto nell’epoca della smaterializzazione, in cui la tecnologia e la rete scorrono su dimensioni altre molto diversi da quelli tradizionali (e materiali) o, se si vuole, non-luoghi.
La scuola, anche nella sua fisicità, è luogo da abitare, e cioè uno spazio di relazione e di relazioni, di costruzione di identità, di storia e di memoria: come tale, luogo antropologico.

La scuola come luogo di formazione è il luogo dell’apprendimento, della conoscenza, dello sviluppo della personalità, dunque della formazione
dell’uomo, ovvero di quel percorso che occupa una corsia privilegiata nel disegno costituzionale, essendo ciò che consente all’uomo di essere uomo, di conoscere, sapere, capire, giudicare e, infine, scegliere. Non può esservi alcun pieno sviluppo della persona senza la conoscenza e la consapevolezza delle cose.

La scuola è luogo sociale, di fervida relazionalità. È il primo luogo in cui si sperimenta (e si costruisce) il rapporto con l’altro da sé, con la diversità. Se tale connotazione è decisiva nella formazione della personalità di ciascuno, attraverso la creazione dei legami affettivi e relazionali, non se ne possono trascurare altresì le ricadute sul piano costituzionale legate ai processi di definizione delle forme di convivenza tra le diversità.

La scuola, ancora, è luogo di libertà, termine quest’ultimo da declinarsi necessariamente al plurale: meglio, quindi, luogo delle libertà. Libertà di scelta del percorso di istruzione, libertà delle scuole, ma anche libertà nella scuola.

Impatto emotivo del Covid, dei lockdown e della didattica a distanza: cosa dicono le neuroscienze?

  • Il distanziamento sociale

Non avere contatti fisici, reali, con i propri pari impoverisce la “dieta” del nostro cervello emotivo. Nei più piccoli, soprattutto di sesso maschile, l’impossibilità di giochi fisici, resi possibili dagli spazi e dall’appartenenza ad un gruppo, generano irrequietezza e sintomi psicosomatici. Negli adolescenti e preadolescenti, che vivono un’età in cui l’inclusione e l’accettazione nel gruppo di pari è meta essenziale da raggiungere, la chiusura forzata può aggravare quel senso di solitudine piuttosto frequente in fase dello sviluppo. Di conseguenza, aumenta la propensione all’isolamento con il rinchiudersi in camera e passare ore su internet, e la mancanza di contatti fisici con i pari finisce per trasformarsi in un fattore di rischio per conflitti in famiglia.

Questa situazione sta impedendo l’interazione e la comunicazione degli studenti con i compagni di scuola, il gioco, gli esercizi e le attività tra pari, che sono vitali per la crescita, l’apprendimento e lo sviluppo delle giovani menti. La compagnia è essenziale per il normale sviluppo psicologico e il benessere dei bambini. La separazione da chi si prende cura di loro li spinge verso uno stato di crisi che potrebbe aumentare il rischio di disturbi psichiatrici. I bambini che sono stati isolati o messi in quarantena durante altre pandemie hanno avuto più probabilità di sviluppare disturbi acuti da stress, disturbi di adattamento e sofferenza. 

Alcuni dati indicherebbero che il 30% di loro soddisfi i criteri clinici per il disturbo da stress post-traumatico; anche se è presto per ricavare pareri definitivi. Vedere o essere consapevoli di componenti della famiglia gravemente malati e affetti da coronavirus, assistere alla morte di persone care o anche pensare alla propria morte per il virus può causare in bambini e adolescenti ansia, attacchi di panico, depressione e altre malattie mentali. A tutto questo va aggiunto che molti di loro stanno anche vivendo separazioni dei genitori o situazioni familiari difficili.

  • La mancanza di routine

La routine scolastica è un meccanismo importante che permette ai giovani di organizzarsi. Anche i bambini di età inferiore ai 2 anni notano l’assenza di assistenti regolari (ad esempio, i nonni) e possono diventare irrequieti e destabilizzarsi, nell’attesa che il loro “ordine” venga ripristinato. Con le scuole chiuse, i giovani perdono un punto di riferimento e il loro senso di identità potrebbe vacillare. Andare a scuola poteva essere una sofferenza prima della pandemia, ma almeno rappresentava una routine da rispettare. Inoltre, la precarietà e l’incertezza dei provvedimenti presi richiede grandi capacità di adattamento.

  • L’ansia e l’incertezza legata alla malattia e la paura dei genitori

Anche se gli adulti non si rivolgono quasi mai direttamente ai bambini quando parlano del virus e della pandemia in corso, nella convinzione di proteggerli tenendoli lontani da questi discorsi, i più piccoli sentono lo stesso ciò che si cerca di nascondere. Questo comportamento da parte degli adulti finisce per essere nocivo per i bambini, basti pensare che i giovani con informazioni inadeguate sul motivo per cui sono state adottate misure di quarantena sono risultati più ansiosi. La preoccupazione degli adulti per le implicazioni di COVID-19 potrebbe compromettere la loro capacità di riconoscere e rispondere in modo delicato agli stimoli o al disagio dei più piccoli. I bambini sono ben sintonizzati con gli stati emotivi degli adulti, e l’esposizione a comportamenti inspiegabili e imprevedibili è percepita come una minaccia, con conseguente stato d’ansia. I bambini più piccoli, tra i 3 e i 6 anni, esposti a livelli elevati di stress e isolamento sono più a rischio di uno sviluppo atipico permanente, poiché il loro cervello è ancora in fase di sviluppo. I sintomi manifestati:

–  eccessivo attaccamento

–  paura che i membri della famiglia possano contrarre l’infezione

–  disattenzione

–   continue domande

–   irritabilità.

In generale, eccessivo attaccamento, disattenzione e irritabilità sono sempre state considerate condizioni psicologiche degne di attenzione, in tutte le fasce d’età. Il disagio dei bambini e degli adolescenti può anche concretizzarsi in comportamenti esternalizzanti, come aggressività e litigiosità, che vanno a sostituire reazioni più comuni e prevedibili come pianto, tristezza o preoccupazione.

Consigli

  • Una sinergia vincente per formare alla resilienza: la scuola non è solo insegnare, così come la sanità non è solo curare. Entrambe devono promuovere la salute con azioni di supporto allo sviluppo del sistema emotivo: come a scuola si fa ginnastica per potenziare la psicomotricità e la capacità aerobica, così si potrebbe anche insegnare a potenziare la capacità di gestione dello stress e la normalizzazione delle emozioni negative, grazie all’aiuto di esperti a supporto di piani educativi innovativi.
  • La conoscenza riduce l’ansia e aumenta la resilienza: i bambini hanno bisogno di informazioni oneste sui cambiamenti all’interno della loro famiglia. Quando queste informazioni sono assenti, i bambini cercano di dare un senso alla situazione da soli. È essenziale esporre i bambini a poche ma corrette informazioni su COVID-19 attraverso diverse fonti, come il telegiornale della sera, parlando con loro delle notizie ed eventualmente facendo da filtro. Gli adulti sono i primi a preoccuparsi di come si sentono i bambini, ma a volte sono i primi a non dare l’esempio condividendo alcuni dei loro sentimenti e parlando di emozioni. Per questo, le conversazioni potrebbero finire per essere dominate solo dagli aspetti pratici della malattia.

La comunicazione con i bambini più piccoli non deve basarsi esclusivamente sulla semplificazione del linguaggio o dei concetti utilizzati, ma deve anche tener conto della comprensione della malattia. Tra i 4 e i 7 anni circa, la comprensione è sostanzialmente influenzata dal “pensiero magico”, un concetto che descrive la convinzione del bambino che pensieri, desideri o azioni non correlate possano causare eventi esterni – e che una malattia possa essere provocata da un particolare pensiero o comportamento. L’emergere del pensiero magico avviene più o meno nello stesso periodo in cui i bambini sviluppano un senso di coscienza, pur avendo una scarsa comprensione di come si diffonde la malattia. Gli adulti devono stare attenti che i bambini non si rimproverino in modo inappropriato o non avvertano la malattia come una punizione per un cattivo comportamento da parte loro.

  • Ascoltare i bambini e favorire la meta-comunicazione emozionale: parliamo di come ci sentiamo! La ricerca ha evidenziato che i genitori a volte usano un linguaggio tecnico o fattuale per cercare di ridurre al minimo il disagio dei loro figli. L’assenza di conversazioni incentrate sulle emozioni può lasciare i bambini in ansia per lo stato emotivo degli adulti che li circondano. Questa ansia può inavvertitamente far sì che i bambini evitino di condividere le proprie preoccupazioni nel tentativo di proteggere gli altri, lasciandoli soli ad affrontare questi sentimenti difficili.

Comunicare con i bambini su come si sentono e come stanno elaborando le informazioni che ricevono (metacomunicazione) fornirà loro gli strumenti emotivi necessari per affrontare al meglio questo periodo.

Ascoltare ciò che i bambini credono rispetto della trasmissione COVID-19 è essenziale, e fornire loro una spiegazione accurata e significativa farà sì che non si sentano inutilmente spaventati o colpevoli. Questo può essere importante anche per sostenere i giovani che affrontano un lutto, questioni legate ai problemi lavorativi dei genitori o a problemi economici familiari.

  • Genitori come capsula di protezione: attraverso una genitorialità positiva, i genitori, i tutori e i membri della famiglia possono creare routine quotidiane coerenti per evitare l’angoscia (per la mancanza delle precedenti routine quotidiane). Qual è l’atteggiamento positivo che funziona? Non pretendere di avere tutto sotto controllo, ma essere disponibili a parlare delle proprie emozioni – positive o negative che siano – per “normalizzare” anche le emozioni difficili da vivere. Gli adulti devono essere autentici su alcune delle incertezze e delle sfide psicologiche della pandemia, senza travolgere i bambini con le loro paure. Questa onestà non solo offre una spiegazione coerente di ciò che i bambini osservano, ma permette loro anche di parlare delle proprie emozioni e difficoltà in modo sicuro. Normalizzare le loro reazioni emotive e rassicurare i bambini su come la famiglia si prenderà cura l’uno dell’altro aiuta a contenere l’ansia e fornisce un’attenzione condivisa.
  • Protezione ma anche autoregolazione con l’esercizio fisico: di fronte a situazioni difficili le emozioni possono perdere il controllo e portare a reazioni esagerate, con scoppi d’ira o tracolli. Questo è estremamente comune nei momenti dei compiti e in generale in questo momento difficile che stiamo vivendo. L’attività fisica, anche solo per pochi minuti, modifica i neurotrasmettitori nel cervello e può avere un enorme impatto sulla capacità di regolazione dell’emotività.

La nostra mente, il nostro cervello e il nostro corpo sono tutti interconnessi.

Quando il vostro bambino è sotto pressione, il suo cervello produce alti livelli dell’ormone dello stress, il cortisolo. Produce anche adrenalina. Un aumento del cortisone può aumentare l’ansia e la disregolazione. Quando questo accade, le abilità funzionali e di comunicazione sociale diminuiscono – perché il cervello non può accedere alla corteccia prefrontale, che controlla il funzionamento esecutivo. Questo innesca una risposta di lotta o di fuga portando così un enorme picco di adrenalina. Numerosi studi hanno dimostrato che l’esercizio fisico riduce i livelli di cortisolo e di adrenalina, aumentando la dopamina e altre endorfine; in altre parole, aiuta a migliorare la regolazione emotiva. Inoltre gli esercizi preparano il cervello a concentrarsi maggiormente e ad imparare. Possono essere fatti al mattino, prima delle lezioni, oppure al pomeriggio prima dei compiti a casa, o nei momenti in cui il bambino ha bisogno di decomprimersi.

Nonostante quanto detto finora, bisogna ricordare che non si conosce ancora molto sugli effetti a lungo termine delle pandemie sulla salute mentale di bambini e adolescenti.

Dott.ssa Marcella Mauro, psicologa del Centro di Neuropsicologia dell’Apprendimento di Humanitas Medical Care